La progressiva sottrazione di spazi pubblici e sedi associative si riflette direttamente sul volto della città. Meno luoghi di incontro significa meno comunità, meno presidi sociali informali, meno occasioni di cura e di cultura condivisa e accessibile a tutti.
Il risultato è una città che appare, fatte poche eccezioni, vuota e spenta nei quartieri più difficili, dove la quasi totale assenza di socialità si traduce in una percezione diffusa di insicurezza quotidiana. Questo impoverimento nasce da scelte che, privilegiando funzioni burocratiche e di speculazione immobiliare, hanno nel tempo indebolito il bene comune e la partecipazione ostacolando il lavoro di molte associazioni del territorio.
La situazione del Giardino dei Tigli, oggi inutilizzato dopo due bandi andati a vuoto, la rimozione delle panchine in Piazza Trento e Trieste trasformata da luogo di ritrovo in luogo di passaggio, la chiusura di diversi spazi di socialità e ora la cacciata di tre associazioni storiche dalle loro sedi (Ventimila Leghe, Maestri del Lavoro, Mutilati e Invalidi) rappresentano esiti concreti di un’amministrazione che ha progressivamente ridotto le funzioni sociali e comunitarie degli spazi pubblici, svalorizzando risorse e competenze di soggetti collettivi presenti e attivi nel territorio da anni. Queste realtà, come altre prima di loro, vengono allontanate senza un percorso di dialogo e senza soluzioni alternative, come se fossero “ingombri” finalmente da rimuovere più che risorse da sostenere. Il Sindaco Di Stefano, di fatto, punisce il patrimonio associativo colpendo le associazioni che non reputa amiche.
Trasferire realtà che lavorano per la comunità per far posto a uffici comunali o funzioni amministrative, come sta succedendo in via Giardini 50 dove le tre associazioni sono obbligate a lasciare lo spazio in piena attività e in pochissimi giorni (dovrebbe trattarsi dell’ampliamento delle postazioni per il rilascio delle carte d’identità, perché quelle cartacee non saranno più valide dal 3 agosto) finisce per trascurare il valore sociale dei luoghi che le associazioni animano. In questo modo si impoverisce un patrimonio costruito nel tempo, che non si misura in euro ma in relazioni, memoria e cura.
Inoltre, lo spazio individuato per ospitare il nuovo ufficio anagrafe risulta oggi poco accessibile per persone con disabilità e dotato di impianti ormai obsoleti. Questo solleva interrogativi sulla reale possibilità di trasferire personale comunale in ambienti che non rispondono pienamente ai requisiti attuali, molto diversi da quelli vigenti quando gli spazi furono assegnati alle associazioni che ancora li occupano. Peraltro, fare i lavori di ristrutturazione (così ha affermato l’amministrazione) quando la scadenza del 3 agosto è impellente, denota anche una scarsa capacità di organizzazione amministrativa. La scadenza di agosto è nota da almeno un anno, possibile arrivare a pochi mesi da essa senza aver programmato nulla o quasi? Soprattutto sapendo quanto difficile è stato sino ad ora per i cittadini sestesi accedere all’anagrafe anche in condizioni “di normalità”.
Le associazioni non sono entità astratte: sono pratiche concrete di cittadinanza attiva. Ventimila Leghe custodisce la memoria collettiva attraverso i Viaggi della Memoria; i Maestri del Lavoro valorizzano l’impegno e il merito e accompagnano giovani e studenti nell’orientamento scolastico; l’Associazione Mutilati e Invalidi garantisce sostegno e solidarietà. Queste realtà operano con continuità, trasparenza e dedizione, contribuendo alla vitalità sociale e culturale della città. Privarle delle loro sedi significa indebolire in modo duraturo il tessuto sociale della nostra città e le associazioni stesse che si trovano, in piena attività, senza un luogo in cui esercitare la loro funzione, con una sede da liberare senza sapere nemmeno dove mettere le proprie cose!
Crediamo che sia necessaria una politica urbana che metta al centro la comunità: recupero e manutenzione delle sedi associative, processi partecipativi per decidere il destino degli spazi comuni, investimenti per rendere accessibili, sicuri e vivi i luoghi di aggregazione. Favorire il lavoro delle associazioni significa sostenere la democrazia urbana e rafforzare la capacità collettiva di prendersi cura della città.
La Sesto San Giovanni che vediamo oggi è il risultato di scelte politiche precise, che hanno lasciato spazio a una narrazione fatta di degrado e cronaca nera. Occorre recuperare gli spazi, riconoscere il valore delle pratiche associative e ridisegnare insieme un modello urbano basato su quartieri vivi, ciascuno parte integrante della città. Ogni cittadino vive Sesto San Giovanni nel proprio quartiere: per questo ogni quartiere deve essere riconosciuto e attrezzato come parte piena e vitale della città. Servono servizi diffusi, organizzazioni capillari e una presenza amministrativa attiva sul territorio, non confinata negli uffici. Dunque, un decentramento urbano serio e utile a tutti i cittadini.
La città che desideriamo può diventare la città che abiteremo. Occorre immaginarla, e poi costruirla. Il momento per iniziare è adesso affinché nel 2027, con un nuovo Sindaco, si delinei una Sesto San Giovanni che dia valore a tutte e tutti.
