Un voto oltre alla riforma

Il 22 e 23 marzo siamo chiamati a votare per un referendum costituzionale che va ad intaccare l'equilibrio tra i poteri. Non si tratta di una questione solamente tecnica, ma ha un valore politico ben preciso che si inserisce in un progetto di radicale stravolgimento della Costituzione e della democrazia. Condividiamo una riflessione sul rischio di ulteriori forzature, in un senso autoritario e repressivo.

Siamo ormai giunti alla vigilia di quello che, salvo stravolgimenti, rappresenterà il più importante appuntamento elettorale a carattere nazionale dell’anno.

Il rapporto tra elettorato e referendum costituzionale è indubbiamente cambiato da quando, esattamente un decennio fa, l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi legò il futuro del suo esecutivo all’approvazione della cosiddetta Riforma Boschi, con risultati ben noti.
La mobilitazione su entrambi i fronti aveva certamente avvicinato ampie porzioni della popolazione a un tema di estrema centralità nella vita democratica del Paese e posto la stessa Costituzione al centro del dibattito politico.

Allo stesso modo, con il trascorrere della campagna elettorale, aveva progressivamente guadagnato un certo spazio nel dibattito l’opinione di chi considerava inopportuno chiamare la totalità dei cittadini a esprimersi su un quesito ritenuto estremamente tecnico come quello che, in soldoni, avrebbe posto fine al tanto vituperato – da qualcuno – bicameralismo perfetto. Sarebbe stata materia da fini costituzionalisti, insomma.

Oggi, in un mondo totalmente e completamente diverso, archiviata la stagione degli “esperti e competenti”, in un panorama che sembra aver passivamente accettato la disaffezione di quasi la metà dell’elettorato che non si reca alle urne, cambiano i termini ma non la sostanza. Certo che bisogna votare, ma andrebbe fatto solo “nel merito della riforma”, come se questa fosse astratta e non si inserisse in un contesto ben preciso

La nuova frontiera della depoliticizzazione passa, in parole povere, dalla spoliazione della Carta Costituzionale da qualsiasi valore, per l’appunto, “politico”. It’s technocracy, stupid! Non esiste peggior male che dare valore politico alle scelte politiche di un governo politico, ça va sans dire…

Eppure non può sfuggire anche all’osservatore più disattento come qualsiasi modifica della Costituzione non possa che avere profondi significati politici, tanto più se l’intento è quello di intervenire sull’equilibrio della divisione dei Poteri.

Questa campagna elettorale è stata costellata da attacchi, per lo più maldestri, rivolti da esponenti della maggioranza contro la magistratura, dipinta come un enorme ostacolo all’azione di governo, un “plotone d’esecuzione” pronto a intralciare l’azione rinnovatrice di un centrodestra spasmodicamente impegnato a cancellare i danni di quarant’anni di sinistra (slogan sulla cui invenzione non dovrebbe essere necessario spendere ulteriori parole).

Questa tanto sbandierata riforma, infatti, va ad inserirsi in un più complessivo progetto di riassetto degli equilibri istituzionali del Paese. La maggioranza di governo non ha infatti mai fatto mistero del voler giungere, come obiettivo ultimo, al sogno del premierato – di cui la possibile nuova legge elettorale rischia di essere l’antipasto – ribaltando completamente il disegno della Costituente e dando vita, questa volta davvero, ad una Seconda Repubblica caratterizzata da una netta preminenza del potere esecutivo rispetto a Magistratura e Parlamento. Quest’ultimo, dopo tutto, è già ampiamente esautorato della sua funzione da un diffuso malcostume politico che lo ha relegato a poco più che mero organismo di ratifica dell’azione di governo.

Si può davvero, in ragione di ciò, credere che la Riforma Nordio non si vada ad inserire in un progetto di radicale stravolgimento dello spirito stesso della Costituzione del ‘46? E non è forse questo il più radicale e politico degli intenti? Non è forse doveroso, ogniqualvolta si immagina di modificare la legge fondamentale dello Stato, chiedersi se tale modifica possa avere ripercussioni sulle nostre vite di cittadini e cittadine? Non è d’altra parte proprio la Costituzione a rappresentare il principale argine alle possibili derive autoritarie del governante di turno?

Certo, un decennio fa Matteo Renzi ebbe l’ardire di mettere in gioco la sua permanenza alla guida del governo, un gesto di coraggio (o tracotanza) difficilmente immaginabile da parte degli esponenti di una maggioranza evidentemente terrorizzata dalla prospettiva di tornare alle urne. Questo perché, checché se ne possa dire, non esiste un singolo sondaggio che garantisca una vittoria certa per Giorgia Meloni. Nei fatti si vive, da almeno due anni, in un’illusione che porta a considerare gli attuali rapporti di forza politici immutabili e corroborati dall’esistenza di una supposta chiara e netta maggioranza silenziosa, che si dimostra inesistente alla prova delle urne e dei sondaggi.

Le tornate elettorali dell’anno appena trascorso consegnano la fotografia di un sostanziale equilibrio tra i principali schieramenti – al netto di una spaventosa tendenza all’astensionismo – e solo un’avventurosa riforma elettorale a colpi di fiducia potrebbe consegnare alle destre una maggioranza sicura nel prossimo parlamento. Proprio in quest’ottica si inserisce l’ormai prossimo referendum: l’approvazione definitiva della riforma, in sostanza, sarebbe il vento capace di spingere il progetto egemonico della maggioranza verso nuove e ancor più strutturali modifiche delle regole del gioco e dell’assetto istituzionale del paese.

In questo sta il valore politico di un voto per il NO, nell’opporsi all’idea che la Costituzione, frutto del lavoro condiviso di tutto l’Arco Costituzionale, possa essere stravolta senza alcun dibattito parlamentare – fra l’altro dagli eredi di chi non l’ha mai accettata nei suoi principi – e al fatto che si possa utilizzare un tema di capitale importanza quale l’indipendenza della Magistratura come cavallo di Troia per assicurarsi la possibilità di ridisegnare le regole del gioco da qui alla prossima legislatura e oltre, con il rischio assai reale di consegnare nelle mani di pochi gli strumenti per la realizzazione di una svolta repressiva e autoritaria.

Chi cerca di tener fuori la Politica con la proverbiale “P maiuscola” persegue, nei fatti, i più politicamente deleteri degli intenti. A costoro, nell’esercizio del più basilare diritto democratico, non si può che opporre un secco “NO”.

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