Sesto San Giovanni è stata al centro di profonde e radicali trasformazioni economiche, sociali, demografiche e politiche. Dalla crisi del modello industriale la nostra città non è stata capace di elaborare, proporre e attuare un’idea di città capace di rispondere alle sfide del presente. Una città riempita di cemento in cui si costruiscono case con canoni o costi di acquisto insostenibili per chi ha redditi che non sono all’altezza del costo della vita, marginalizzando soprattutto i giovani e prolungandone la precarietà. Una città dormitorio per chi ha redditi medio-bassi, i quali incontrano sempre più difficoltà, e un luogo in cui ci si rinchiude in casa dopo giornate di lavoro estenuanti con salari da fame. Si tratta di un problema che, certo, interessa il Paese e non riguarda solo la nostra città, ma che sul nostro territorio possiamo vedere pesare come un macigno.
Una città svuotata è una città che non ha prospettive, è una comunità privata della speranza e del futuro.
Le manifestazioni che abbiamo visto nelle scorse settimane e negli scorsi mesi sono significative. Emblematici di questa situazione, i due presidi di venerdì 10 ottobre sono entrambi espressione di esigenze e problemi profondi. Da un lato, quello indetto da Unione Inquilini dopo il tragico suicidio di Letterio Buonomo, un signore di 71 anni che stava per essere sfrattato dalla sua abitazione, ha rappresentato non soltanto una risposta solidale e comunitaria, ma anche un grido di denuncia rispetto a una vicenda che non può in alcun modo ritenersi accettabile o giustificabile. Dall’altra parte della ferrovia, invece, un presidio organizzato dal comitato di quartiere “Riprendiamoci Piazza Trento e Trieste” a seguito di un ennesimo episodio di violenza, per rivendicare il diritto a vivere il proprio quartiere.
Per comprendere quanto sta succedendo nella nostra città occorre però alzare lo sguardo: il modello di società costruito e messo in pratica negli ultimi 15 anni è profondamente ingiusto e non funziona. Dobbiamo prendere atto del fallimento di un sistema politico ed economico che ha rimosso pezzo dopo pezzo il welfare e quasi azzerato i diritti sociali; dobbiamo essere consapevoli del fallimento di un sistema educativo che, nonostante gli sforzi di molti e molte insegnanti, è escludente, riproduce disuguaglianze e discriminazioni, e si rivela incapace di offrire prospettive e speranza a ragazzi e ragazze; dobbiamo constatare l’incapacità delle istituzioni e dei servizi pubblici di intercettare e rispondere alle fragilità. Soltanto a partire da questa consapevolezza è possibile cercare delle soluzioni.
Nella nostra città le nostre istituzioni si sono dimostrate lontane, incapaci di ascoltare cittadine e cittadini. Non hanno dato e non stanno dando alcuna risposta all’enorme questione sociale e in particolare al problema degli alloggi, degli affitti e del prezzo delle case, continuando invece a favorire la costruzione di palazzi a prezzi elevati, spesso inaccessibili anche per lavoratrici e lavoratori. Per la situazione di Piazza Trento e Trieste invece, dopo diversi mesi in cui nulla era stato fatto (se non togliere delle panchine), il Sindaco ha scritto alla Prefettura e si dice che saranno prese alcune misure con una massiccia (?) presenza delle forze dell’ordine, cani antidroga, telecamere e zone rosse. Sia chiaro, più volte abbiamo detto che la presenza e la vicinanza delle forze dell’ordine possono aiutare. Altrettanto chiaro però dev’essere il fatto che non è possibile pensare di risolvere con politiche securitarie un problema che non è (solo) di ordine pubblico, ma è di natura innanzitutto sociale, e che se ora interessa soprattutto il quartiere tra Rondò e Trento e Trieste, non è spostandolo che verrà risolto.
Già in un’altra occasione abbiamo ragionato e riflettuto sulla possibilità di una città più sicura perché più viva. Una città in cui gli spazi siano restituiti ai suoi abitanti, mappando i loro bisogni ma anche i loro desideri, supportando forme di cittadinanza attiva e organizzazione dal basso, dialogando e coinvolgendo cittadine e cittadini. Tanto per fare un esempio: quanti progetti avrebbero potuto essere sostenuti e finanziati con i soldi invece spesi per telecamere che, come è sotto gli occhi di tutti, servono a poco o a nulla? Quante attività si sarebbero potute organizzare per rendere la nostra città più viva?
Dobbiamo essere capaci di ascoltare con umiltà cittadine e cittadini, dialogare e sostenere chi si attiva e organizza la propria comunità tutta. Non accettiamo che si soffi sul fuoco delle divisioni e che si fomentino pulsioni xenofobe; non accettiamo che vengano strumentalizzate le legittime preoccupazioni e la rabbia di cittadine e cittadini per portare avanti politiche che colpiscono chi si trova ai margini e in condizioni di maggiori difficoltà. Vogliamo una società libera dallo sfruttamento e una comunità capace di praticare la solidarietà. Vogliamo una città che garantisca il diritto alla casa per tutte e tutti, con investimenti nell’edilizia popolare. Vogliamo strade e piazze vive e vissute, un tessuto urbano che offra prospettive e speranze a tutti i suoi abitanti. Per farlo dobbiamo ripartire dai luoghi della socialità e della cultura, offrire spazi per una città pienamente attraversabile da tutte le persone.

Per gli anziani non esiste più’. Sanità da terzo mond. Traffico allucinante