Tempo di bilanci(o)

Alla fine dell'anno si è riunito il Consiglio comunale per discutere il bilancio preventivo e il Documento Unico di Programmazione, due documenti fondamentali per Sesto San Giovanni, il suo presente e il suo futuro. Quale città vogliamo?

Il 17 dicembre si è riunito il Consiglio Comunale per discutere il Documento Unico di Programmazione (DUP) e il bilancio preventivo del 2026, un momento fondamentale per la progettazione e il governo della città che riguarda profondamente la vita di cittadini e cittadine, perché si tratta di definire dove e come prendere e mettere i soldi per la città. Nonostante sia stata spesso relegata dalla stessa amministrazione ad una discussione “tecnica”, questi documenti sono il frutto di scelte politiche. Cosa raccontano i numeri? Cosa ci dice questo bilancio? Perché si parla di rilancio della città e in che modo? Quali sono le strategie , che dovrebbero corrispondere a soluzioni, progetti, proposte concrete?

Riproponiamo qui temi e questioni che la nostra consigliera Mari Pagani ha sollevato nel suo intervento durante il Consiglio Comunale.

Le città sono “organismi” fragili e come tali vanno curate, seguite, ascoltate.

Su questo che ci divide moltissimo, perché è proprio la visione della città che portata avanti da questa Amministrazione che non condividiamo. Questo non significa che tutto vada male e che tutto vada buttato, perché nessuna Giunta può fare solo bene o solo male, ma ciascuna Amministrazione persegue la realizzazione di una città che vuole. Questo è l’elemento cardine che ci distanzia e che, come opposizioni, dobbiamo e abbiamo il compito di condividere con i nostri concittadini in questa discussione, rivendicando profonde differenze che ci hanno fatto dire NO a questo bilancio previsionale.

Dunque, le città sono “organismi” fragili e come tali vanno curate, seguite, ascoltate. Quindi crediamo sia necessario capire a fondo i problemi che le attraversano, cogliere le necessità e intervenire con intelligenza per migliorare il presente e contemporaneamente agire sul futuro. E serve farlo senza slogan ma con concretezza e intrecciando un rapporto virtuoso con i suoi abitanti e le realtà economiche, culturali e sociali presenti.

Il primo passo falso di questa Amministrazione è stato non aver voluto vedere i problemi che la città e i suoi cittadini hanno posto ripetutamente, fino a che i problemi non si sono imposti. E questo già è un fallimento politico.

Una città insicura ed escludente

Quello della sicurezza è un tema ampio e complesso che non si può ridurre a una questione di ordine pubblico, e su questo già in altre occasioni abbiamo avuto modo di scrivere (qui un nostro articolo).

Sia chiaro, più volte abbiamo detto che la presenza e la vicinanza delle forze dell’ordine possono e devono aiutare, che la repressione del reato è parte fondamentale della fiducia tra cittadini e istituzioni e che chi delinque, sbaglia. E quindi paga.

Altrettanto chiaro però dev’essere il fatto che risolvere questioni complesse con le sole politiche securitarie è strategicamente sbagliato perché è un problema che non è (solo) di ordine pubblico, ma è di natura innanzitutto sociale, e che se interessava soprattutto il quartiere tra Rondò e Trento e Trieste, si è ampliato in buona parte della città.

L’amministrazione si è dimostrata lontana, incapace di ascoltare cittadine e cittadini. Non sta dando alcuna risposta all’enorme questione sociale e in particolare al problema degli alloggi, degli affitti e del prezzo delle case, continuando invece a favorire la costruzione di palazzi a prezzi elevati, spesso inaccessibili anche per lavoratrici e lavoratori.

La questione si pone anche e soprattutto al livello di politiche nazionali sulla casa, che sono davvero fallimentari dal nostro punto di vista. Qualche giorno fa più di 40 amministrazioni tra grandi città metropolitane, comuni medi ma anche piccoli comuni unite in un’alleanza municipalista per la casa sono tornati a Roma per presentare proposte per un piano casa nazionale e chiedere di interrompere il disinvestimento strutturale nel diritto alla casa.

Amministratori tra loro molto diversi, insieme per dimostrare come la crisi abitativa colpisca tutti, e che tutti hanno bisogno di nuove politiche sull’abitare. A partire dal ripristino del Fondo Nazionale Affitti e Morosità Incolpevole, vergognosamente eliminato da questo governo.

Bisogna lavorare per garantire che le città restino attrattive e capaci di trattenere chi le vive e lavora, continuando a costituire il tessuto sociale da cui anche l’economia locale e i servizi dipendono. In un contesto in cui i costi abitativi continuano a salire, a fronte di salari pressoché fermi, è necessario garantire che chi contribuisce alla vita della città non venga escluso dal suo stesso sviluppo, né allontanato.

Sesto San Giovanni si sta trasformando in una città sempre più escludente dal punto di vista abitativo. Si annunciano progetti ambiziosi, ma i costi delle case e degli affitti diventano sempre più inaccessibili, e mentre il costo della vita aumenta, gli stipendi sono sempre bassi e le condizioni lavorative peggiorano.

Abbiamo visto fallire in un modo poco nobile e davvero vergognoso la missione della Casa Albergo, unica struttura che poteva accogliere persone con difficoltà abitative. L’Amministrazione si è ostinata a non capire che una città di quasi 80.000 abitanti ha necessità di un luogo di transizione, di accoglienza per chi vive situazioni difficili determinate da cambiamenti improvvisi e non voluti, legati al lavoro, alla famiglia, ad un reddito che viene a mancare o che diminuisce sensibilmente. La responsabilità qui è tutta di chi ha voluto fare un affidamento al ribasso senza alcuna garanzia di gestione, prediligendo i costi bassi alla qualità di un servizio importantissimo per la città. Di cura, attenzione, fragilità, ascolto e sostegno appunto.

Non si è pensato minimante che tra tutti i fondi PNRR da richiedere (e sono milioni e milioni, appannaggio di un’amministrazione le cui forze politiche nemmeno lo volevano il PNRR) ce ne fossero adeguati a queste esigenze. Non stiamo parlando di gesti caritatevoli ma di politiche attive. Sesto San Giovanni si sta trasformando in una città sempre più escludente.

Nel frattempo, abbiamo centinaia di case comunali e ALER vuote da anni.

E anche qui, mentre noi dicevamo e parlavamo di emergenza abitativa, chi governa la città ha sempre detto che non esisteva alcuna emergenza, salvo poi fatti gravi che anche qui si sono imposti smentendo più volte le parole.

Preoccupa questo atteggiamento dell’Amministrazione comunale e in particolare dell’Assessore all’Urbanistica: i progetti approvati continuano a privilegiare residenze di fascia alta, con servizi esclusivi e rendite elevate, mentre le soluzioni realmente accessibili sono marginali o simboliche. Del diritto all’abitare e del diritto allo studio si è persa la traccia.

Le sacche di degrado nascono spesso anche a causa di politiche autoreferenziali che allontanano le persone dalle istituzioni. La nostra idea di democrazia è che non ci si accontenti della libertà, ma pretendiamo ancora di affiancarla con la giustizia sociale. Questa idea di democrazia a Sesto san Giovanni non esiste più da tempo. Ma sappiamo che questa è la linea di demarcazione è forte tra le politiche di destra e di sinistra, ed è importante oggi rivendicare che cosa manca dal nostro punto di vista, ma soprattutto come potrebbe essere diverso.

Che cosa non ci convince di questa visione della città che avete costruito? La pianificazione urbana dovrebbe essere anche uno strumento di equità e giustizia sociale, per rendere la città accessibile a tutte e tutti e non a pochi, non di speculazione. Eppure, le scelte recenti sembrano andare nella direzione opposta. La rigenerazione urbana di Sesto ha attratto fondi e investitori privati, che puntano su residenze di lusso con palestre, cinema, terrazze panoramiche. Ma mentre si costruiscono torri scintillanti, le persone non possono permettersi una casa, e gli studenti si ritrovano a competere con il mercato degli affitti brevi e turistici, che spinge i prezzi verso l’alto ed esclude chi ha meno risorse. Del problema ne abbiamo parlato anche in un altro articolo.

La Sicurezza è anche bene comune ed è un bisogno di ogni singolo cittadino, che non dovrebbe sentirsi abbandonato ed espulso. Dove c’è disagio e povertà l’illegalità è più facile.

Come tenere insieme una comunità? Non è una domanda facile, ma è una domanda che chi amministra dovrebbe porsi, mentre a noi pare che questa specifica amministrazione, non se lo sia mai posta. Cosa lega una comunità se non l’educazione come prevenzione, la cultura e la solidarietà?

Le energie oggi vanno soprattutto investite nel generare nuove comunità, nel ricostruire reti di prossimità e di mutuo aiuto. Contrastando nel quotidiano il paradigma individualista che ci vuole soli e quindi deboli.

Una città priva di spazi

Oggi dopo le 20 si cammina in una città deserta e priva di stimoli, triste e sporca.

E questo è davvero incredibilmente reale, e in profonda contraddizione con l’immagine che viene data della città in questa aula da parte della maggioranza.

Sesto San Giovanni in questi 8 anni di Amministrazione Di Stefano è stata scientemente privata di spazi di aggregazione e di socialità, di impegno per una cittadinanza attiva. La “politica” del Sindaco Di Stefano ha deliberatamente rimosso il protagonismo dei cittadini sestesi e ogni loro contributo perché tutti nemici, se non fans scatenati del Sindaco e della Giunta.

Dopo aver fatto la guerra a tutte le associazioni cittadine, hanno chiuso anche la Casa delle Associazioni, lasciando solo il salone a noleggio per qualche riunione, occupato nell’ultimo periodo dalla “Casa di Babbo Natale”. Al suo posto sono stati messi servizi come l’Anagrafe “decentrata” (che poi non è molto decentrata…) e un presidio della Polizia locale, attivo per qualche ora a settimana. Occorrerebbe, forse, ragionare su un nuovo decentramento, necessario per riconnettersi con i cittadini e non per togliere spazio alle associazioni e ai gruppi di cittadini organizzati.

SpazioArte: dopo tante promesse, nessun bando vinto e solo 150.000 euro stanziati per minimi interventi strutturali, senza altri progetti. Siamo passati dal CAG (Centro di aggregazione giovanile), dal bar e dal grande salone che per decenni hanno ospitato concerti, conferenze e mostre importanti, all’assenza di qualsiasi politica promossa dal Comune. Unica eccezione, le attività promosse in maniera autonoma da PuntoZero.

Il Centro Sociale “Silvia Baldina”, un centro autogestito che si trova nella zona di Cascina Gatti–Parpagliona. In quei locali si svolgevano attività preziose: incontri, corsi, momenti ricreativi, biblioteca. Chiuso anni fa nella sede di via Forlì, prima con la scusa che andava ristrutturato e poi con la promessa che vi sarebbero state collocate aule scolastiche. Sono passati anni: l’edificio è sempre lì, vuoto e in pessimo stato, senza ristrutturazione né aule. Certo qui i facinorosi sinistroidi non si sono arresi e ancora fanno nel quartiere ma la struttura resta abbandonata.

Il Carroponte, spazio rigenerato ormai diversi anni fa e che è stato lungamente un luogo dove per diversi mesi all’anno le persone potevano trovarsi per non stare chiuse in casa, per chiacchierare o ascoltare musica, anche con concerti importanti e incontri culturali, a prezzi accessibili e con molte iniziative gratuite. Ora è diventato soltanto uno spazio per ospitare eventi a pagamento, con gli stessi prezzi elevati del mercato musicale, spesso inaccessibili. Come molto altro in questa città.

Lo Spazio Mil, sede di mostre e incontri, un luogo vivo e vissuto, è ora chiuso e senza progettualità. Così l’Archivio Giovanni Sacchi, che conserva disegni, progetti e modelli dell’importante architetto e designer, visitato da studenti e studiosi che venivano anche dall’estero, è stato chiuso e tutto regalato alla Triennale.

Le sedi delle associazioni di via dei Giardini, che animano la città e coinvolgono centinaia di cittadine e cittadini, sono state colpite e vedono una situazione ancora bloccata anche se, ad ora, non c’è stata nessuna vendita.

La serra di Villa Mylius, per decenni è stata curata dall’Associazione Fior di Mylius, composta da volontari, che la facevano vivere coltivando fiori e organizzando laboratori per le scuole. Ma anche loro erano ritenuti facinorosi sinistroidi, e così la gestione venne assegnata a una misteriosa associazione bergamasca che dopo poco sparisce senza aver fatto nulla di ciò che era previsto nel bando di assegnazione. A proposito di essere legalitari solo quando conviene…il risultato? La serra è stata abbattuta e al suo posto si trova una semplice aiuola.

Cosa abbiamo guadagnato, a fronte di tutte queste perdite?

Quale città per il presente e il futuro di Sesto San Giovanni?

Per noi di Città in Comune prendere atto del fallimento di questo indirizzo politico e amministrativo significa anche rivendicare con tutte le forze politiche di opposizione la necessità di costruire una città solidale, realmente sicura perché vissuta da tutte e tutti, che favorisca la creazione di spazi vivi e chieda ad associazioni, cooperative, soggetti collettivi di occuparsene, con il sostegno e l’ausilio di un’amministrazione trasparente e partecipata.

E quindi se la nostra idea di città è diversa sarà una città dove è fondamentale una nuova amministrazione trasparente che sappia costruire Patti di Collaborazione: veri e propri atti amministrativi che danno cuore e concretezza al principio di sussidiarietà previsto dalla Costituzione. Un impegno concerto e quotidiano. Quello che ci deve interessare è radicare la solidarietà nella nostra città in legami durevoli, superando la logica della prima reazione se qualcosa non va per entrare invece in una logica di trasformazione.

E questo non può esimersi da un ragionamento importante su un decentramento reale necessario nei fatti per riconnettersi con i cittadini. Decentrare l’anagrafe da Piazza della Resistenza a Piazza Oldrini non è minimamente adeguato, perché una città se si decentra permette ai cittadini di raggiungere servizi, uffici e sportelli in tutti i quartieri.

Dobbiamo molto rapidamente incominciare a lavorare per moltiplicare quello che c’è: comitati, associazioni, realtà vive sul territorio (anche private), co-progettare e co-costruire luoghi dove insieme si pensino eventi, progetti per il benessere della città nei quartieri, per aiutare e sostenere chi in difficoltà, per realizzare innovativi progetti culturali, per dare spazio a energie giovani e piene di entusiasmo. Stendiamo un velo pietoso sulle solite 8 righe di politiche giovanili stilate da questa Amministrazione…

Bisogna scommettere partendo con le scuole di comunità: un progetto di rigenerazione culturale, sociale e urbana in cui le scuole restano aperte oltre l’orario scolastico trasformandosi in veri e propri poli civici di quartiere.

Occorre usare davvero lo strumento della progettazione sociale, costruendo delle Comunità educanti. Abbiamo apprezzato il cambio di passo che c’è stato con l’avvicendamento delle deleghe nell’Amministrazione, ma questo non basta. Oggi lavorare per un welfare comunitario presuppone un cambio di prospettiva importante, ossia lavorare con le reti e la comunità. Il welfare contemporaneo concentra gran parte delle proprie energie su prestazioni a risposta individuale. Qua e là si sta facendo strada un altro modello, che punta ad attivare e rigenerare comunità competenti, delineando inediti orizzonti a un benessere pensato in chiave relazionale: la povertà non è solo mancanza di risorse, ma anche di fiducia e di tempo.

Occorre un modello che metta in relazione le competenze degli operatori con le risorse e le energie della cittadinanza, i saperi non professionali e le esperienze aggregative anche di natura informale. Mettere in relazione le diverse competenze professionali degli operatori sociali con i processi collettivi significa costruire spazi di cooperazione e inclusione, dove il servizio sociale non si limita a rispondere a un bisogno, ma contribuisce a generare legami, fiducia e appartenenza. Nel contesto delle politiche di contrasto alla povertà, un approccio multidimensionale è indispensabile, poiché la povertà non riguarda solo l’aspetto economico ma include vulnerabilità relazionali, abitative, sanitarie e culturali. Ripensare tali competenze in chiave integrata permette di garantire continuità agli interventi e di colmare i vuoti lasciati dalla frammentarietà delle misure restituendo al servizio sociale la sua funzione generativa: quella di costruire, insieme alle persone e alle comunità, spazi di senso e di partecipazione.

Noi crediamo che tutto questo possa davvero cambiare il volto di una città.

E non si tratta di essere contro qualcosa o qualcuno, ma di volere tutto quello di cui una città come la nostra ha bisogno, e che cittadine e cittadini meritano.

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