Quale memoria per la nostra comunità?

Viviamo tempi cupi e carichi di angoscia: la situazione internazionale, le guerre e i massacri in corso nel mondo rendono sempre più difficile guardare il futuro con ottimismo e speranza. Cosa ci dice, oggi, la Memoria, e quale strada può indicare alla nostra comunità?

Viviamo tempi cupi e carichi di angoscia: la situazione internazionale, le guerre e i massacri in corso nel mondo rendono sempre più difficile guardare il futuro con ottimismo e speranza. Al tempo stesso, le nostre città e le nostre comunità sono attraversate da una profonda crisi sociale ed economica, in cui le condizioni , bisogni e desideri non trovano risposte e il tessuto sociale, i legami che dovrebbero reggere una comunità, sembrano disgregarsi sempre più. Discorsi carichi di odio, violenza e razzismo hanno trovato terreno fertile e germogliano in una comunità ferita. Cosa ci dice, oggi, la Memoria, e quale strada può indicarci?

Il Giorno della Memoria, istituita per ricordare la Shoah, le leggi razziste, le persecuzioni italiane dei cittadini ebrei e degli oppositori politici, e ricordiamo oggi lo sterminio di Rom e Sinti, delle persone con disabilità, degli omosessuali e di tutti coloro la cui esistenza era ritenuta incompatibile con una società fondata sulla sopraffazione, sulla violenza e sulla superiorità razziale. Quel giorno i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz furono abbattuti dall’Armata Rossa e, anche se la guerra e i massacri continuarono ancora per diversi mesi, fu liberato uno dei luoghi dello sterminio costruito dai nazisti.

Divenuto simbolo di quello sterminio e considerato il luogo del Male assoluto, Auschwitz non è però che l’esito di un processo di discriminazione e violenza. Si tratta, infatti, di un piano inclinato di cui conosciamo la fine ma poco si parla di come la deportazione è iniziata, di come è stata preparata la persecuzione e di tutte quelle tappe che hanno preceduto lo sterminio. Un sistema costruito sull’esclusione e sull’oppressione, con l’apertura a Dachau nel 1933 (ben prima dell’inizio della guerra mondiale) del primo campo di concentramento per eliminare ogni forma di dissenso. 

Nella nostra stessa città, Sesto san Giovanni, 533 furono i deportati e le deportate dell’area industriale, per la maggior parte operai e operaie che parteciparono agli scioperi clandestini avvenuti in tutte le fabbriche del Nord Italia dal 1 all’8 marzo 1944.

Il loro “NO” alla guerra, alla produzione bellica e all’occupazione nazi-fascista costò carissimo. Eppure, insieme a quella di tanti partigiani e partigiane, la loro scelta e la loro lotta a mani nude fu molto importante perché determinò uno spartiacque decisivo per la fine della guerra stessa, colpendo duramente il fascismo.

La Memoria come esercizio critico

«È accaduto», ha scritto Primo Levi ne I sommersi e i salvati, «quindi può accadere di nuovo». Analogamente, nell’indagare i massacri della polizia tedesca contro le comunità ebraiche nella Polonia invasa, lo storico Christopher Browning si è interrogato: se «uomini comuni» sono arrivati a compiere uno sterminio, «quale gruppo umano può reputarsi immune da un tale rischio?».

Non lezioni di storia, ma un esercizio pubblico della Memoria per elaborare un giudizio critico sul passato che possa impedire che qualcosa di analogo torni ad accadere. Ciò significa innanzitutto interrogare il nostro presente. Per questo non possiamo non guardare, oggi, al genocidio in corso a Gaza e in Palestina, e volgere lo sguardo verso quei luoghi del mondo in cui tragedie come quelle avvengono. Non per costruire forzati parallelismi che impediscono la comprensione della realtà, e, così come gli altri stermini perpetrati – e subiti – nel corso del ‘900, ma per provare a comprendere alcuni meccanismi e orientare l’agire nostro e delle nostre comunità. Ancor meno per sminuire o relativizzare il genocidio del popolo ebraico.

Per fare Memoria occorre dunque un esercizio critico, certo faticoso e tuttavia necessario, oggi più che mai. Non un uso ideologico del passato, bensì un suo uso consapevole. Per questo motivo bisogna condannare con forza la sovrapposizione strumentale che viene fatta da alcuni tra la Giornata della Memoria e la Giornata del Ricordo. Pensata per commemorare un’altra pagina dolorosa, segnata da vendette e tensioni etniche e sociali all’interno della complessa vicenda del confine orientale, è divenuta nel tempo uno strumento propagandistico e ideologico sempre più inaccettabile, che pone sullo stesso piano vicende molto diverse al fine di cancellare e offuscare le responsabilità che il regime fascista ebbe nell’organizzare i trasporti verso i lager, carichi di connazionali che furono consegnati ai nazisti come dissidenti che meritavano secondo loro di andare a morire.

Allo stesso modo non possiamo non criticare l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo, spesso mossa dagli stessi che non rinnegano – o addirittura rivendicano – l’eredità storica di chi ha contribuito a compiere il genocidio del popolo ebraico. Non possiamo accettare che un tema di assoluta importanza e gravità come questo diventi un dispositivo repressivo. Come ha sostenuto di recente Anna Foa, «è essenziale ricostruire il legame tra antirazzismo e antisemitismo: separarli rende incoerente la lotta all’antisemitismo, soprattutto quando si accettano politiche o logiche razziste».

Interrogare il presente, immaginare il futuro

La Memoria è un ingranaggio collettivo, strumento necessario per interrogare la complessità del nostro tempo e provare a tracciare il cammino del nostro agire, come singoli e soprattutto come collettività. È una povera Memoria quella incapace di guardare avanti, imbrigliata in un passato che si allontana sempre più. La presenza delle storie di deportazione nella nostra società, nell’educazione civica e nelle commemorazioni pubbliche deve essere, piuttosto, un esempio dal quale partire, un faro per rendere le nostre comunità più attive e consapevoli, capaci anche di mettere in discussione la realtà che ci circonda e di cambiarla, se è necessario. 

Osservare il mondo e le sue tragedie non deve farci cadere in un cupo pessimismo. Da quel passato, dalle storie dei perseguitati e dei carnefici, storie di ingiustizia ma anche storie di Resistenza, dobbiamo provare a trarre alcuni insegnamenti. E continuare a portare nelle nostre società contributi per costruire legami durevoli e dinamiche positive di convivenza, di ascolto reciproco e di comprensione, che escano dalla logica di emergenza per radicare solidarietà.

Dobbiamo continuare a costruire spazi in cui poter praticare la partecipazione e realizzare, insieme ai cittadini, una città capace di affrontare le sfide del presente. Dobbiamo pretendere spazi in cui poterci organizzare e vivere i nostri quartieri. Dobbiamo contribuire a diffondere una cultura di pace, contro sopraffazioni, guerre e violenze mosse da odi e interessi. Dobbiamo tornare ad avere e dare speranza alle persone e soprattutto ai più giovani.

Nulla di tutto ciò è o sarà semplice. Dobbiamo impegnarci a partire dal nostro territorio e dalla nostra città, tutte e tutti, per un mondo più giusto, fondato sulla solidarietà e l’uguaglianza.