Una riforma poco costituzionale

Il 22 e il 23 marzo saremo chiamati a votare per esprimerci su una riforma costituzionale che impatta sulla giustizia e sull'equilibrio tra i poteri. Abbiamo scritto a questo proposito alcune riflessioni e condividiamo alcune delle ragioni che ci spingono a votare no.

Dalle 7 alle 23 di domenica 22 marzo e dalle 7 alle 15 di lunedì 23 marzo ci recheremo ai seggi elettorali,  per esprimerci su norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare. Subito dopo la chiusura dei seggi si terrà lo scrutinio del voto.

Il tema su cui siamo chiamati ad esprimerci ha un forte significato politico ma è anche molto complesso e tecnico, e in questo senso sarebbe stato sicuramente opportuno e doveroso che il parlamento, costituito da rappresentati degli elettori e delle elettrici, e per questo considerati competenti e con un elevato senso di responsabilità istituzionale, concordasse più ampiamente una riforma costituzionale della giustizia che vuole cambiare ben sette articoli costituzionali. Sulla scheda ci sarà scritto:

“Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della costituzione approvata dal parlamento e pubblicata nella gazzetta ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?”

Ecco il primo campanello di allarme. Per trovare la formula complessa e bilanciata di ogni articolo della Costituzione i membri dell’Assemblea costituente si sono confrontati, non senza difficoltà, ponendo sul tavolo gli interessi e i diritti nel rispetto della pluralità di cittadini e cittadine, che erano ancora fortemente divisi in fazioni contrapposte. La Carta costituzionale, quindi, è diventata, non solo la fonte legislativa primaria che pone ai poteri i limiti necessari a tutela dei nostri diritti, ma anche documento unitario che mette tutti i cittadini al centro degli interessi del nostro ordinamento, in modo eguale, qualsiasi sia l’orientamento politico di ognuno. Per questo se chi governa vuole riformare la Costituzione, lo deve fare con estremo rispetto e serietà, e non gettando la nostra Carta al “popolo”, aizzandolo contro di essa e  trasformandolo in ulteriore motivo di divisione, strumentale ad aumentare il “tifo politico”.

Quindi se il nostro Parlamento non è stato in grado di trovare di comune accordo, con la competenza e la dedizione politica necessarie, le modifiche alle norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare, a noi spetta il compito non di apporre la nostra firma alla riforma, ma di rispondere NO, e richiamare il nostro Governo e i nostri rappresentanti politici alla responsabilità politica per la quale sono stati eletti. Quello del referendum è infatti uno strumento fondamentale che assegna a cittadini e cittadine la possibilità di vigilare sull’operato della rappresentanza politica, chiamando tutte e tutti ad esprimerci.

Sperando che quanto detto abbia chiarito che la Costituzione non è uno straccetto da tirare a destra e a manca, ma una Carta da tenerci stretta e alla quale possiamo ricorrere ogni qualvolta riteniamo che i diritti dei cittadini e delle cittadine sono messi in discussione, proviamo a vedere se nella proposta di riforma ci sono altri aspetti che vanno a rafforzare il nostro NO al referendum.

La riforma per come ci è stata presentata sembrava avere lo scopo di realizzare la tanto sbandierata “separazione delle carriere”, ma ormai tutti  abbiamo capito che già esiste una separazione delle carriere che avviene attraverso il passaggio dall’una all’altra funzione. Tutti i magistrati possono cambiare funzione passando da quella di giudice giudicante a giudice requirente una sola volta nella propria vita professionale entro i primi dieci anni di attività. Prima della riforma Cartabia, 2022, i magistrati potevano cambiare funzione fino a quattro volte. Inoltre il passaggio da magistrato giudicante a requirente (il Pubblico Ministero) e viceversa è sempre stato piuttosto infrequente, e oggi interessa poche decine di magistrati all’anno. Un dato, questo, che rende di fatto inutile la riforma costituzionale.

Ma lo scopo della riforma è quello di evitare che la vicinanza della parte pubblica (il P.M.) con il giudice, sia  fattore di turbamento della terzietà e imparzialità del giudice stesso, vicinanza che deriverebbe dalla condivisione di esperienze lavorative e dell’essere parte di uno stesso organo. Inseriamo una specifica un po’ tecnica, ma importante per capire che se si cambia funzione la vicinanza non è così stretta. Infatti per mutare funzione il magistrato deve cambiare distretto di Corte d’Appello (il distretto generalmente corrisponde al territorio di una Regione e la Corte d’Appello ha sede nel suo capoluogo) e quindi è impossibile che un P.M. si trovi di fronte un collega col quale fino a poco tempo prima esercitava la funzione giudicante. Quindi se l’obiettivo della riforma costituzionale proposta è già stato raggiunto per altre vie la riforma costituzionale non serve.

Ma la riforma costituzionale ha anche l’obiettivo di riformare il CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura, sdoppiandolo in due organi distinti e sottraendogli il potere di valutare e sanzionare eventuali abusi o negligenze dei magistrati, per affidarlo ad un nuovo organo che andrà ad istituirsi, l’Alta Corte disciplinare. Inoltre intende modificare il sistema di composizione del CSM introducendo l’estrazione a sorte dei membri togati dei due CSM.

Il Consiglio superiore della magistratura (CSM) è l’organo previsto dall’art. 104 della Costituzione per l’autogoverno della magistratura. Ma cosa fa nello specifico?

  1. Adotta provvedimenti relativi alla vita professionale dei magistrati: assunzioni tramite concorso, assegnazioni di sedi e incarichi, trasferimenti, e promozioni.
  2. Ad oggi è l’organo competente a giudicare e sanzionare i magistrati ordinari che abbiano commesso illeciti disciplinari
  3. Stabilisce regole generali per l’organizzazione degli uffici giudiziari e la gestione delle pratiche, salvaguardando l’indipendenza del singolo giudice.
  4. Esprime pareri al Ministro della Giustizia su disegni di legge o questioni inerenti all’ordinamento giudiziario e all’amministrazione della giustizia.

Proviamo ad immaginare che ad occuparsi dei punti 1, 3 e 4 (il punto 2 in base alla riforma sarebbe competenza dell’Alta Corte) fossero magistrati estratti a sorte, escludendo così ogni possibilità di selezionare quei magistrati ritenuti più validi, e di eleggerli scegliendo tra i migliori candidati. Il rischio evidente è che nei due C.S.M (quello dei P.M. e quello dei magistrati giudicanti) entrino magistrati non all’altezza, o comunque deboli e quindi più soggetti a pressioni esterne, da parte dei media o della politica. La conseguente debolezza dei membri del CSM, potrebbe incidere in maniera negativa nell’organizzazione stessa della macchina giudiziaria? Nel dubbio, sarebbe preferibile che questa riforma non si facesse.

È anche evidente la debolezza dei magistrati estratti a sorte rispetto ai laici, i quali, anch’essi saranno estratti a sorte, ma da un elenco compilato per elezione dal Parlamento in seduta comune. «Professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio» inseriti in tale elenco con legittimazione democratica, seppur indiretta, perché eletti da un organo a sua volta eletto dai cittadini. La successiva estrazione a sorte è il processo di selezione finale, che non ne diminuisce la legittimazione. Una disparità che “potrebbe” tradursi in disparità di potere decisionale, un indebolimento che potrebbe tradursi in uno scivolamento di parte della magistratura sotto il maggiore controllo, di fatto, del potere esecutivo. I sostenitori della riforma parlano di “processo alle intenzioni”, ma quando si tratta di separazione dei poteri è meglio non correre rischi, e i numerosi interventi fatti dall’attuale maggioranza di governo non lasciano certo tranquilli.

Forse è cosa nota, ma vale la pena ricordare che il principio della separazione dei poteri è il pilastro delle democrazie moderne, tutte! Per evitare che chi comanda diventi un tiranno, il potere dello Stato non deve essere concentrato in una sola persona/organo, ma diviso in tre rami indipendenti che si controllano a vicenda: il Potere Legislativo (Parlamento),il Potere Esecutivo (Governo) e il Potere Giudiziario (Magistratura), che giudica chi non rispetta le leggi e deve essere assolutamente indipendente dagli altri due per garantire che la legge sia uguale per tutti, anche per i politici. Senza separazione, se un Governo di qualsiasi colore potesse dare ordini ai giudici, potrebbe far arrestare i propri oppositori senza un giusto processo. Se il Parlamento potesse giudicare i cittadini, le leggi verrebbero applicate in modo arbitrario a seconda della convenienza politica.

E poi… tra i tanti esiste il tema delle cosiddette “correnti” della magistratura, e della portata e la rilevanza di alcune degenerazioni clientelari. Correggere gli abusi è certo importante, ma già le norme prevedono la possibilità di intervenire, e sia il Ministro della Giustizia che il Presidente della Repubblica dispongono di alcuni strumenti. Demonizzare le “correnti”, inoltre, rischia di travolgere qualsiasi cultura giuridica interna alla magistratura, rendendo ancora più opachi i meccanismi di potere e controllo. Nella vita democratica del nostro paese si sono visti molti esempi di degenerazione clientelare anche nei partiti politici, ma sarebbe pericoloso per il nostro sistema democratico mettere sul banco degli imputati il sistema dei partiti, così come è sbagliato accusare tutta la magistratura per il cattivo comportamento di alcuni magistrati. Se si fosse sostituita l’elezione dei membri del parlamento con l’estrazione a sorte degli stessi fra tutti i cittadini, sarebbe stato un rimedio peggiorativo che indebolirebbe il potere politico, oltre che costituire una violazione del principio democratico sancito dall’Art. 1 della Costituzione italiana, il quale stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, esercitata nelle forme e limiti costituzionali. Ecco che la nostra Costituzione torna ad indicarci la strada, per rafforzare gli organismi istituzionali in un senso democratico.

Forse, come dicono alcuni, la nostra Costituzione non è intoccabile, e si può pensare a riforme migliorative che rispondano all’evolversi della nostra società, ma i principi fondamentali in essa contenuti vanno preservati soprattutto quando certe proposte di riforma della stessa, fanno sorgere troppi dubbi, non ci fanno sentire tutelati, sono divisive mettendoci gli uni contro gli altri, non rispettano i principi costituzionali della Carta stessa.

Per opporsi a questo disegno è sufficiente tracciare una croce sul NO. Ogni voto è importante e non ci sarà il quorum: andiamo tutte e tutti a votare!

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