Nella nostra città, e soprattutto in alcune zone, molti sono gli episodi di aggressioni e violenze. Interi quartieri sono stati stravolti nella loro natura creando paura tra chi li abita.
Come Città in Comune siamo convinti che siano necessari dei presidi costanti da parte delle forze di sicurezza, che davvero generino un cambiamento tangibile nei quartieri. Eppure la degenerazione violenta non può essere affrontata solo come tema emergenziale e come un problema di ordine pubblico. Le sacche di degrado nascono spesso anche a causa di politiche autoreferenziali che allontanano le persone dall’idea di essere prima di tutto una comunità responsabile, inclusiva e solidale.
L’educazione civica dovrebbe diventare metodo trasversale di apprendimento e di esercizio delle libertà, che sono poi le basi di una comunità solidale e inclusiva. Non c’è solo un problema di ordine pubblico ma anche importanti questioni di ordine sociale, da riflettere e risolvere con la comunità sestese.
Non ne usciamo in un modo diverso, non possiamo pensare che solo la politica securitaria possa risolvere questioni più ampie. Dobbiamo restituire spazi a cittadini e cittadine, mappare i loro bisogni ma anche i loro desideri e costruire con loro (che poi siamo anche noi!) un’alleanza con una città che li riconosce.
Sesto San Giovanni in questi 7 anni di Amministrazione Di Stefano è stata scientemente privata di spazi di aggregazione e di socialità, di impegno per una cittadinanza attiva. Il dialogo con i cittadini e l’ascolto dei loro bisogni sono stati completamente rimossi, senza tener conto delle risorse che i cittadini possono essere per le Istituzioni, visto che tutti i giorni vivono e si prendono cura dei loro territori. La “politica” del Sindaco Di Stefano ha deliberatamente rimosso il protagonismo dei cittadini sestesi e ogni loro contributo al benessere della città.
Oggi dopo le 20 si cammina in una città deserta e priva di stimoli, triste e sporca.
Se non proviamo a dirci che ci sono grossi problemi e che non possono essere risolti solo su un piano di ordine pubblico ma che questi vanno affrontati anche coinvolgendo i cittadini neghiamo ciò che sentono, ciò che vivono. Li rendiamo afoni, senza voce.
Per Città in Comune prendere atto del fallimento di questo indirizzo politico e amministrativo deve impegnare tutte le forze politiche di opposizione a costruire una città realmente sicura perché vissuta da tutte e tutti, una città che riconosca l’educazione e la cultura come strumenti per costruire comunità, che favorisca la creazione di spazi vivi e chieda a associazioni, cooperative, soggetti collettivi di occuparsene con l’ausilio di un’amministrazione trasparente e partecipata.
Esistono già alcune sperimentazioni in essere nella nostra città con l’adozione di beni e servizi da parte della cittadinanza attiva (i nonni del progetto Auser, le aiuole adottate, gli orti comunali, gli spazi comunali dati in gestione a realtà del terzo settore) ma vanno implementate e rafforzate.
La loro utilità è su più fronti: modificano il rapporto fra amministrazione e cittadini che, come soggetti attivi, mettono a disposizione ciò che sanno fare integrando le loro risorse con quelle dell’amministrazione stessa. Nei fatti, si assumono una parte di responsabilità nel risolvere problemi di interesse generale. Dobbiamo dare una marcia in più generando una nuova amministrazione trasparente che sappia costruire nuovi Patti di Collaborazione. Sono dei veri e propri atti amministrativi che danno cuore e concretezza al principio di sussidiarietà previsto dalla Costituzione.
Ci sono tante persone che hanno voglia di fare e idee interessanti ma non sanno né dove né come diventare parte attiva di un progetto condiviso. A volte l’amministrazione percepisce i cittadini come apatici, a cui non interessa nulla o quasi della città ma spesso non è così, ed è piuttosto la debolezza delle strutture amministrative in generale che non riesce ad accogliere e a valorizzare le loro istanze. Quello che ci deve interessare è radicare la solidarietà nella nostra città in legami durevoli, superando la logica della prima reazione per entrare invece in una logica di trasformazione. È preoccupante che i luoghi aggregativi in città siano sempre meno. Persino SPAZIOARTE, la cui rigenerazione era stata tanto decantata dal Sindaco Di Stefano, resterà ancora vuoto. Nessun bando vinto, solo 150.000 euro nel bilancio per minimi interventi strutturali, ma nessun altro progetto.
Dobbiamo molto rapidamente incominciare a lavorare con quello che invece c’è: comitati, associazioni, realtà vive sul territorio (anche private), generando più partecipazione possibile. Co-progettare e co-costruire luoghi dove i cittadini insieme si incontrino per pensare eventi, realizzare progetti per il benessere della città nei loro quartieri, per aiutare e sostenere altri concittadini in difficoltà, per realizzare innovativi progetti culturali, per dare spazio a energie giovani e piene di entusiasmo. L’amministrazione deve smetterla di percepire tutti i cittadini, organizzati e non, come nemici quando non si traducono in fans scatenati del Sindaco! Vista l’urgenza perché non avviare un progetto pilota in una delle zone più sofferenti e testarne l’esito?
Perché non proviamo a scommettere con le scuole di comunità, tanto diffuse nel Nord Italia: un progetto di rigenerazione culturale, sociale e urbana in cui le scuole restano aperte oltre l’orario scolastico trasformandosi in veri e propri poli civici di quartiere attraverso cui sono promosse forme nuove di cittadinanza attiva, nuovi spazi in cui si sviluppano attività che permettano alle persone di riappropriarsi della città.
Si tratta di partire da ciò che c’è: i locali scolastici di proprietà comunale o statale, il personale docente e non docente comunale (infanzia) o dello Stato, i genitori, i nonni, gli operatori che già frequentano le scuole quotidianamente, i progetti educativi, sociali, culturali, sportivi intorno alla scuola sostenuti dagli enti locali, da enti no-profit del terzo settore e fondazioni.
Perché non trasformare una scuola di quartiere in un polo di attrazione civica nel quartiere in sofferenza?
Partire da una sperimentazione ci aiuterebbe a ragionare su un nuovo decentramento futuro, necessario nei fatti per riconnettersi con i cittadini.
Oggi abbiamo bisogno di una comunità diversa, che sappia valorizzare l’impegno delle persone, oltre che attraverso l’impiego di risorse economiche pure importanti. Senza il capitale umano e sociale, senza che i cittadini vivano e pratichino attivamente spazi, luoghi, idee vinceranno quelli che oggi occupano le piazze solo per “molestare e delinquere”. Anche se non dobbiamo smettere di presidiare il territorio con le nostre forze dell’ordine, è solo se costruiamo un territorio più vivo che possiamo creare un territorio più sicuro.
Mari Pagani, Consigliera comunale di Città in Comune